Stop al carbone! Ma con i Nimby in Italia resterà uno slogan

La recentissima decisione di un paese cardine nell'economia europea come la Germania di uscire dal carbone ed alcune considerazioni su come affrontare le priorità che ci pone davanti la lotta ai cambiamenti climatici in atto sono da sfondo a due articoli strettamente legati tra di loro di Francesco Ferrante, Vicepresidente Kyoto club e Fondatore Green italia che riproponiamo di seguito per tutte le riflessione del caso.

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Alt al carbone, la lezione tedesca e i nostri balbettii 

La notizia non è da poco: la Germania esce dal carbone. Il più grande paese manifatturiero d’Europa rinuncia al combustibile fossile più a “buon mercato” (e alla persino più inquinante lignite). E lo fa in tempi certi: entro il 2038 – non a caso la stessa data in cui in quel Paese si concluderà il phasing out  (cioè il superamento graduale) del nucleare avviato da Merkel subito dopo l’incidente di Fukushima – tenendosi anche aperta la possibilità di anticipare the end of coal al 2035.

Meglio non sottovalutare la Merkel

Se guardiamo questa notizia con gli occhiali di chi vuol capire se è coerente con l’obiettivo di affrontare seriamente la crisi climatica in atto, e di non superare quella soglia di aumento della temperatura media globale di 1,5 gradi indicata dagli scienziati e messa nero su bianco negli accordi di Parigi del 2015, allora possiamo addirittura dire, come hanno commentato alcuni amici ambientalisti, che “non è sufficiente”, che “bisogna far prima”, “così esauriremo comunque il nostro carbon budget”. Tutto vero. Ma a mio avviso chi sottovaluta la decisione del Governo tedesco, commette un errore per almeno tre motivi.

Il primo è che l’annuncio stesso della scelta e il fatto che per rispettare quel cronoprogramma i tedeschi inizieranno a chiudere le prime centrali a carbone già quest’anno è probabile che innescherà un “effetto slavina” (fuga degli investitori dal carbone, spinta su innovazione tecnologica nelle già disponibili alternative) che determinerà a sua volta un’accelerazione e sarà il mercato stesso, e quel driver potente che è l’innovazione, che anticiperà quella chiusura.

Il secondo motivo per cui l’accordo tra Governo federale e i Land più interessati alla questione (perché sedi delle centrali e/o delle miniere) va salutata con favore sta nei 40 miliardi di euro stanziati per affrontare la transizione e le questioni sociali e occupazionali connesse. Perché – se è vero che il Green deal e puntare su “tecnologie verdi” è unica strada per creare nuova occupazione – dobbiamo sapere che la transizione ecologica, anzi la vera e propria rivoluzione che ci attende, anche se avrà un saldo complessivo positivo in termini di salute, di benessere, di qualità della vita, per alcuni settori sarà davvero difficile. Vale per i minatori di carbone, come per i lavoratori del comparto automotive (visto quanto meno lavoro serve per costruire un’auto elettrica in confronto al vecchio motore endotermico). E allora che la “locomotiva d’Europa” affronti il toro per le corna e metta risorse vere per non lasciare nessuno senza reddito e lavoro nella trasformazione epocale dei prossimi dieci anni è decisivo e importante anche come modello per il resto d’Europa che dovrà affrontare problemi analoghi.

Non basta parlare dell'Ilva

All’est, ma anche nel nostro Paese: tutti parlano di Ilva, ma non dimentichiamoci che noi siamo il secondo paese manifatturiero e non è e non sarà solo la fabbrica di Taranto a doversi attrezzare per la decarbonizzazione. E quindi è davvero decisivo che si cominci a far strada l’idea che il ruolo della politica deve essere quello di indicare la strada che le innovazioni dovranno poi seguire, e contemporaneamente trovare le risorse per una sorta di “assicurazione” che consentirà di rendere socialmente desiderabile per tutti questi sconvolgimenti dei processi produttivi cui assisteremo in tempi auspicabilmente assai rapidi.

Terzo e ultimo motivo per cui è da guardare con interesse la scelta tedesca è la lezione politica che se ne trae. È evidente che sul piano politico la scelta fortemente voluta dalla cancelliera è un modo per rispondere alla travolgente marcia dei Verdi tedeschi e che i socialdemocratici pensano (si illudono, a parere di chi scrive) di arrestare così l’emorragia di voti soprattutto fra i più giovani che li sta dissanguando a favore degli ambientalisti in politica. È stata quindi la presenza di un forte soggetto politico “verde” che ha sostanzialmente costretto il sistema politico tedesco a scegliere di misurarsi con questo tema. Ed è forse la mancanza di un soggetto del genere che condanna invece la politica italiana a oscillare tra il “negazionismo di destra” e le chiacchiere prive di sostanza che fanno enunciare un Green New Deal di cui poi in finanziaria si vedono solo assai sparute tracce e che addirittura chiama “decreto clima” una leggina sostanzialmente vuota.

E dire che questo Paese avrebbe carte in regola su molti fronti per fare concorrenza ai più avanzati nell’innovazione. Anche in campo energetico. Infatti non è vero, contrariamente alle dichiarazioni propagandistiche del governo tedesco, che la Germania sarà il primo paese a rinunciare sia al nucleare che al carbone. Noi – con il phasing out del carbone previsto per il 2025 – ci arriveremo prima grazie ai due referendum popolari con cui abbiamo bocciato il nuke nel 1987 e poi di nuovo nel 2011. Sulle rinnovabili spendiamo quanto i tedeschi e fino al 2014 stavamo anche messi piuttosto bene (poi il Governo Renzi decise un insensato stop). Un pezzo del nostro sistema economico – si pensi ad esempio alla nostra leadership nella chimica verde – è più che pronto. Manca la politica che sugli stessi temi balbetta e anche il governo giallorosso ha appena inviato a Bruxelles un Piano Nazionale Energia e Clima assolutamente inadeguato per affrontare la crisi climatica. Meglio non fare gli schizzinosi con le scelte politiche tedesche. Non ce lo possiamo permettere.

Link articolo originale "Strisciarossa" 

 

Il Nimby che fa male all’ambiente

Diciamolo chiaramente: c’è un nimby che fa male all’ambiente e che va combattuto se vogliamo davvero guidare la transizione verso un’economia e una società free-carbon.

Non parliamo ovviamente di quelle difese del territorio – anche fondanti delle identità di tante comunità – che in questi anni hanno impedito ulteriori scempi di speculatori senza scrupoli che tanto hanno devastato il nostro Paese con abusi edilizi, sotterramento di rifiuti tossici, infrastrutture stradali utili solo alle tasche di chi le realizzava. Parliamo di quegli “annientalisti” che contestano qualsiasi impianto da fonti rinnovabili o di produzione di biometano che sarebbero invece indispensabili per sostituire produzione di energia da fonti fossili o chiudere in maniera razionale, efficiente e sicura il ciclo dei rifiuti che parte dalla raccolta differenziata.

Intendiamoci, anche quelli devono essere realizzati bene e nei posti giusti, perché “anche il bene va fatto bene” come diceva Diderot. Ma non è tollerabile che un impianto di geotermia a ciclo chiuso da pochi megawatt, il cui impatto ambientale e paesaggistico è sostanzialmente nullo, magari progettato in area industriale, venga contestato da comitati locali come se fosse una centrale nucleare. E pure succede. Oppure ci si può rassegnare a restare in silenzio di fronte agli ostacoli posti – da qualche comitatino, di solito sostenuto da Soprintendenze piuttosto miopi – per il repowering di impianti eolici (sostituire pale vecchie con nuove e più performanti) nello stesso luogo? E davvero si ritiene da “ecologisti” sostenere che i 50.000 MegaWatt di nuovo fotovoltaico che ci servono, possiamo realizzarli solo sui tetti e non si debbano invece utilizzare terreni in aree industriali, o anche in quelle agricole – innanzitutto ovviamente quelle marginali e abbandonate – magari sfruttando proprio la realizzazione dell’impianto per rilanciare attività agricole compatibili con lo stesso?

Sostituire fossili con rinnovabili per la natura di quelle che ci piacciono – meno concentrate e più diffuse sul territorio – significa farne tanti di impianti e quindi è indispensabile superare questo nimby che molto spesso si intreccia con la pavidità e furbizia del nimto (not in my terms of Office) di molti amministratori locali

Discorso analogo va fatto per i rifiuti: se davvero si vuole perseguire l’obiettivo di “rifiuti zero” bisogna fare “1000 impianti”. Per far tornare a nuova vita la materia raccolta in maniera differenziata servono gli impianti, non avviene per via miracolistica. E allora se la percentuale maggiore di rifiuti urbani e quella che finisce nell’organico (se la raccolta differenziata è fatta bene), vanno fatti gli impianti di digestione di quel rifiuto. Possibilmente per via anaerobica così si produce biometano da mettere in rete (in sostituzione di quello fossile) e digestato che dopo essere compostato (aerobicamente) può essere utilizzato in agricoltura (riducendo peraltro il ricorso alla chimica). Ê insensato che nel meridione ce ne sia una grande mancanza di questi impianti e grida letteralmente vendetta l’opposizione cui dobbiamo assistere a Roma (che non ha alcun impianto di trattamento dei suoi rifiuti) ogni volta che se ne propone uno in qualche zona della Capitale.

L’ambientalismo utile al cambiamento deve sapere distinguere tra le sacrosante battaglie contro gli scempi ambientali e quelle il cui obiettivo è solo la conservazione dell’esistente e che di fatto conduce l’immobilismo. Dobbiamo invece muoverci e assai rapidamente per costruire le condizioni per realizzare il mondo diverso che è possibile e desiderabile.

Link articolo originale GreenItalia

 

Francesco Ferrante, Vicepresidente Kyoto club e Fondatore Green italia 

 

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