Olio di palma alternativa al petrolio: diario di viaggio in Borneo nella propaganda mendace

Il consumo di olio di palma continua la sua espansione nel Pianeta: alla faccia di chi pensa che la deforestazione nei Paesi nel sud est asiatico, di cui esso è anche causa ampiamente documentata, non sia un problema locale ma globale come la stessa UN e EU. Oggi è l’olio vegetale più commercializzato e usato nel Pianeta.

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Come si vede dal grafico seguente, pubblicato dal sito americano Statista, riprendendo una ricerca del dipartimento di agricoltura degli Stati Uniti, dal 2007 ad oggi la produzione mondiale annua è raddoppiata a 72 milioni di tonnellate e continua a salire. I maggiori consumatori? non la popolazione quando cucina in casa propria come da tradizione millenaria, non i ristoranti, ma soprattutto l’industria alimentare, quella del cibo confezionato, delle merendine in primo luogo e purtroppo le bio-raffinerie per la produzione bio-carburanti. Questi ultimi sarebbero l’alternativa green a quelli derivati dal petrolio. Guarda caso, anch’esso però abbondantemente pompato nelle stesse zone di produzione dell’olio di palma, compreso il Borneo, ripartito tra Malesia, Indonesia e sultanato del Brunei, con altrettanto disastrosi effetti sulla sostenibilità del Pianeta.

Nel corso di un viaggio di studio e documentazione in Borneo nel 2017, il mio conducente del taxi, cosi come un commesso di negozio da me intervistato e il receptionist dell’albergo dove alloggiavo a Sandakan, mi dichiaravano che sono orgogliosi di contribuire allo stop dell’estrazione di petrolio grazie al bio-carburante prodotto nel loro Paese… non coscienti forse, in buona fede forse, o indottrinati a scopo turistico forse, della devastazione di un patrimonio dell’umanità come la foresta tropicale del Borneo, polmone verde in un area a forte sviluppo industriale, con i fiumi già tra i più inquinati e carichi di residui plastici del Pianeta, assieme a tutta l’area indocinese, schiacciando e confinando i loro originali abitanti come anche gli orango, nelle riserve, fornendo loro indicazioni false sulla sviluppo del loro Paese, sull’incipiente loro benessere economico e sociale, sulle ragioni della deforestazione per il bene dell’Umanità, dando vita infine ad un immenso accumulo di biomasse a basso valore energetico come le stesse palme da olio, data la loro bassa vitalità e necessità di rapida sostituzione. Incendi devastanti, ripresi dai satelliti, con Singapore libera e pudica metropoli lì nei pressi, ma poi non troppo, costretta a chiudere scuole e a dotare la popolazione di mascherine, prima per ridurre le foresta tropicale a colline spettrali e poi cancellare le palme da olio infruttifere sostituite da forze fresche, riducendole ad un cumulo di cenere senza vita e senza più ricchezza, se non per i padroni delle concessioni.

Alla faccia delle dichiarazioni di emergenza ambientale dell’ONU, delle  rassicuranti soluzioni prospettate fin dell’ultima Expo Universale di Milano nei vari padiglioni, del Green Deal Europeo - dove hanno casa e prosperano alcune delle grandi corporations dell’industria alimentare mondiale, che di quell’olio ne fanno legalmente ampio uso perché resiste alle temperature di cottura meglio di tutti gli altri oli vegetali, su fino alla storia di una certa crema di nocciola famosa nel Mondo, che certifica l’impiego solo olio di palma bio, prodotto però in quelle zone, e che quel padiglione dell’expo universale lo ha finanziato e intarsiato di meravigliose, suggestive immagini di posti che però forse non esistono già più.

Marco Benedetti
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