Omeopatia: in Toscana è entrata in ospedale

ospedale medicina integrata di pitiglianoE' stato inaugurato a febbraio del 2011, su un progetto affidato nel 2009 dalla Regione Toscana a un comitato scientifico internazionale composto da membri dell'Università degli Ordini dei medici e, tra gli altri, dal direttore dall’ospedale omeopatico di Londra.

"Si è trattato di un progetto di ricerca che non abbiamo potuto mutuare da esperienze internazionali perché al mondo non ha ancora eguali" spiega Simonetta Bernardini, responsabile del Centro di Medicina Integrata dell'Ospedale di Pitigliano, in provincia di Grosseto, medico pediatra, endocrinologo e omeopata e Presidente della SIOMI (Società Italiana di Omeopatia e Medicina Integrata). Panorama.it le ha chiesto di raccontare come funziona il centro e cosa ne pensano medici e pazienti.

Dottoressa, che cos'ha di speciale l'ospedale Petruccioli di Pitigliano?
Ha un setting clinico di medicina integrata in corsia per pazienti ricoverati in cui lavorano insieme medici ortodossi, agopuntori e omeopati e il personale sanitario nel rispetto reciproco. Si è provato a far lavorare insieme su un paziente condiviso figure professionali di formazione molto diversa, cercando di costruire un rispetto tra medicine su cui l'Italia è molto indietro. Non c'è una grande considerazione per le medicine complementari da parte della medicina ortodossa, ma qui il senso era quello di unire le forze per migliorare la salute dei pazienti, ridurre gli effetti collaterali dei farmaci chimici e stimolare il potenziale di autoguarigione del paziente, verso la possibilità di liberarsi della malattia cronica.

Come convivono due approcci molto distanti tra loro?
Le due medicine non sono affatto incompatibili. Se io ho un paziente che fa terapia oncologica, le medicine complementari lo aiutano a sopportare meglio e ridurre gli effetti collaterali di radioterapia e chemioterapia e gli daranno uno slancio verso l'autoguarigione per imparare e far meglio la guerra alla sua malattia cronica e verosimilmente rischiare meno le recidive. Insomma c'è sinergia. e lo dimostra anche quello che accade al centro di Manciano.

Ci racconti.
Quello di Manciano è un presidio di riabilitazione neurologica e ortopedica con pazienti affetti da ictus, emorragie cerebrali o con malattie neurologiche gravi come la sclerosi a placche, la Sla, il Parkinson, e poi persone con protesi all'anca o al ginocchio. Abbiamo appena concluso una ricerca sui risultati di tre anni di sperimentazione. Ebbene, rispetto al 2010, quando i pazienti venivano curati solo con terapie ortodosse, si è registrato un miglioramento delle performance di riabilitazione neurologica e ortopedica misurato con scale specifiche di riabilitazione, compilate da fisioterapisti e neurologi che li hanno in cura. Inoltre i pazienti in terapia integrata hanno ridotto dell'85% il consumo di antidolorifici, grazie alla medicina integrata.

Come accolgono i pazienti la prospettiva di essere curati anche con le medicine non tradizionali? E' una scelta quella di venire nel vostro ospedale, proprio perché offrite questa possibilità?
I ricoveri si fanno solo da Pronto Soccorso nei casi di urgenze, quindi per chi è ricoverato qui non si tratta necessariamente di una scelta. Ci occupiamo principalmente della popolazione locale, che ha preso benissimo da subito le medicine integrate. Le basti un dato: il 97,4% dei pazienti nei tre anni di sperimentazione ha accettato le cure integrate quando gli sono state proposte.

Oltre ai ricoveri, offrite anche prestazioni ambulatoriali?
La mattina i medici lavorano in reparto con omeopati e agopuntori e al pomeriggio nei 5 ambulatori raggiungibili da tutta Italia. Il 20% degli utenti vengono da fuori regione, per farlo basta prenotare la visita, senza bisogno di ricetta medica, al Cup di Grosseto, pagando il ticket sanitario. Gli esenti non pagano, gli altri pagano 22 euro di ticket, chi viene da fuori regione paga il ticket stabilito sulla base degli accordi tra regioni.

Che tipo di pazienti arrivano?
Da fuori soprattutto pazienti molto gravi, con dolore cronico, in genere sono oncologici e neurologici. Dalla Toscana arrivano persone con le malattie croniche più comuni: allergie, artrosi, artriti, cefalee, patologie dermatologiche, dell'intestino e dello stomaco, ipertensione, acufeni. Proprio per gli acufeni (ronzii e fischi nelle orecchie, n.d.r.), che nessuno in pratica cura, abbiamo in corso una sperimentazione con l'agopuntura che ha portato a guarigione circa il 60% dei casi.

Diamo un po' di numeri.
In tre anni abbiamo fornito oltre 13.000 prestazioni sanitarie negli ambulatori, mentre nei reparti abbiamo curato circa 500 pazienti. Cerchiamo di ovviare alle liste di attesa il più possibile, aumentando il lavoro.

Come hanno accolto i medici tradizionali l'idea di lavorare al fianco di omeopati, naturopati e agopuntori?
Gli infermieri, il personale sanitario non medico, si sono dimostrati da subito entusiasti, curiosi e disponibili. I medici hanno fatto resistenza ad essere coinvolti in una realtà alla quale non erano culturalmente pronti. Non è stato facile, c'era smarrimento all'inizio, ma quello che ha fatto maturare il lavoro insieme è stato toccare con mano i risultati. Se un medico vede che un paziente sta meglio, anche se il suo background culturale non gli ha fornito la possibilità di conoscere queste medicine, perché all'Università di Medicina e di Farmacia non si insegna niente sulle medicine complementari, se vede che sono utili cambia idea.

Il vostro è destinato a restare un caso isolato?
Abbiamo fatto un esperimento per scopi di ricerca scientifica in un piccolo ospedale, che era il posto giusto per valutare l'utilità, la validità e le criticità di avviare un setting di medicina integrata in ospedale. Quello che abbiamo fatto è già stato oggetto di pubblicazione e posso dirle che, a differenza di altri, il nostro progetto non è fallito, ha funzionato. Chi vorrà prendere esempio da noi potrà replicare l'esperienza avendo qualcosa da cui partire, non come noi che siamo partiti da zero, costruendo un progetto totalmente innovativo. CI auguriamo che altri ospedali della nostra e di altre regioni siano interessati.

E' stato inaugurato a febbraio del 2011, su un progetto affidato nel 2009 dalla Regione Toscana a un comitato scientifico internazionale composto da membri dell'Università degli Ordini dei medici e, tra gli altri, dal direttore dall’ospedale omeopatico di Londra. "Si è trattato di un progetto di ricerca che non abbiamo potuto mutuare da esperienze internazionali perché al mondo non ha ancora eguali" spiega Simonetta Bernardini, responsabile del Centro di Medicina Integrata dell'Ospedale di Pitigliano, in provincia di Grosseto, medico pediatra, endocrinologo e omeopata e Presidente della SIOMI (Società Italiana di Omeopatia e Medicina Integrata). Panorama.it le ha chiesto di raccontare come funziona il centro e cosa ne pensano medici e pazienti.

Dottoressa, che cos'ha di speciale l'ospedale Petruccioli di Pitigliano?
Ha un setting clinico di medicina integrata in corsia per pazienti ricoverati in cui lavorano insieme medici ortodossi, agopuntori e omeopati e il personale sanitario nel rispetto reciproco. Si è provato a far lavorare insieme su un paziente condiviso figure professionali di formazione molto diversa, cercando di costruire un rispetto tra medicine su cui l'Italia è molto indietro. Non c'è una grande considerazione per le medicine complementari da parte della medicina ortodossa, ma qui il senso era quello di unire le forze per migliorare la salute dei pazienti, ridurre gli effetti collaterali dei farmaci chimici e stimolare il potenziale di autoguarigione del paziente, verso la possibilità di liberarsi della malattia cronica.

Come convivono due approcci molto distanti tra loro?
Le due medicine non sono affatto incompatibili. Se io ho un paziente che fa terapia oncologica, le medicine complementari lo aiutano a sopportare meglio e ridurre gli effetti collaterali di radioterapia e chemioterapia e gli daranno uno slancio verso l'autoguarigione per imparare e far meglio la guerra alla sua malattia cronica e verosimilmente rischiare meno le recidive. Insomma c'è sinergia. e lo dimostra anche quello che accade al centro di Manciano.

Ci racconti.
Quello di Manciano è un presidio di riabilitazione neurologica e ortopedica con pazienti affetti da ictus, emorragie cerebrali o con malattie neurologiche gravi come la sclerosi a placche, la Sla, il Parkinson, e poi persone con protesi all'anca o al ginocchio. Abbiamo appena concluso una ricerca sui risultati di tre anni di sperimentazione. Ebbene, rispetto al 2010, quando i pazienti venivano curati solo con terapie ortodosse, si è registrato un miglioramento delle performance di riabilitazione neurologica e ortopedica misurato con scale specifiche di riabilitazione, compilate da fisioterapisti e neurologi che li hanno in cura. Inoltre i pazienti in terapia integrata hanno ridotto dell'85% il consumo di antidolorifici, grazie alla medicina integrata.

Come accolgono i pazienti la prospettiva di essere curati anche con le medicine non tradizionali? E' una scelta quella di venire nel vostro ospedale, proprio perché offrite questa possibilità?
I ricoveri si fanno solo da Pronto Soccorso nei casi di urgenze, quindi per chi è ricoverato qui non si tratta necessariamente di una scelta. Ci occupiamo principalmente della popolazione locale, che ha preso benissimo da subito le medicine integrate. Le basti un dato: il 97,4% dei pazienti nei tre anni di sperimentazione ha accettato le cure integrate quando gli sono state proposte.

Oltre ai ricoveri, offrite anche prestazioni ambulatoriali?
La mattina i medici lavorano in reparto con omeopati e agopuntori e al pomeriggio nei 5 ambulatori raggiungibili da tutta Italia. Il 20% degli utenti vengono da fuori regione, per farlo basta prenotare la visita, senza bisogno di ricetta medica, al Cup di Grosseto, pagando il ticket sanitario. Gli esenti non pagano, gli altri pagano 22 euro di ticket, chi viene da fuori regione paga il ticket stabilito sulla base degli accordi tra regioni.

Che tipo di pazienti arrivano?
Da fuori soprattutto pazienti molto gravi, con dolore cronico, in genere sono oncologici e neurologici. Dalla Toscana arrivano persone con le malattie croniche più comuni: allergie, artrosi, artriti, cefalee, patologie dermatologiche, dell'intestino e dello stomaco, ipertensione, acufeni. Proprio per gli acufeni (ronzii e fischi nelle orecchie, n.d.r.), che nessuno in pratica cura, abbiamo in corso una sperimentazione con l'agopuntura che ha portato a guarigione circa il 60% dei casi.

Diamo un po' di numeri.
In tre anni abbiamo fornito oltre 13.000 prestazioni sanitarie negli ambulatori, mentre nei reparti abbiamo curato circa 500 pazienti. Cerchiamo di ovviare alle liste di attesa il più possibile, aumentando il lavoro.

Come hanno accolto i medici tradizionali l'idea di lavorare al fianco di omeopati, naturopati e agopuntori?
Gli infermieri, il personale sanitario non medico, si sono dimostrati da subito entusiasti, curiosi e disponibili. I medici hanno fatto resistenza ad essere coinvolti in una realtà alla quale non erano culturalmente pronti. Non è stato facile, c'era smarrimento all'inizio, ma quello che ha fatto maturare il lavoro insieme è stato toccare con mano i risultati. Se un medico vede che un paziente sta meglio, anche se il suo background culturale non gli ha fornito la possibilità di conoscere queste medicine, perché all'Università di Medicina e di Farmacia non si insegna niente sulle medicine complementari, se vede che sono utili cambia idea.

Il vostro è destinato a restare un caso isolato?
Abbiamo fatto un esperimento per scopi di ricerca scientifica in un piccolo ospedale, che era il posto giusto per valutare l'utilità, la validità e le criticità di avviare un setting di medicina integrata in ospedale. Quello che abbiamo fatto è già stato oggetto di pubblicazione e posso dirle che, a differenza di altri, il nostro progetto non è fallito, ha funzionato. Chi vorrà prendere esempio da noi potrà replicare l'esperienza avendo qualcosa da cui partire, non come noi che siamo partiti da zero, costruendo un progetto totalmente innovativo. CI auguriamo che altri ospedali della nostra e di altre regioni siano interessati.

 

INTERVISTA COMPLETA SU : Panorama.it

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Oggi la giustizia russa ha accusato di teppismo/vandalismo (o meglio di hooliganismo, nemmeno fossero ultras della Dinamo Mosca)  26 membri dell’equipaggio su 30 della nave di Greenpeace  Arctic Sunrise. Lo ha confermato a Ria Novosti Mikhail Kreindlin, l’avocato russo messo a disposizione dei suoi attivisti da Greenpeace.  Ieri anche all’attivista italiano Cristian D’Alessandro è stata formalizzata l’accusa di vandalismo.

«Le accuse sono state portate contro altre 9 persone , portando a 26 il numero dei membri dell’equipaggio incolpati di questo delitto», ha spiegato Kreindlin, sottolineando che l’accusa non ha ritirato ancora le accuse di pirateria che pesano  sui militanti ambientalisti, arrestati il 18 settembre dalla Guardia costiera di frontiera russa mentre tentavano di scalare una piattaforma petrolifera di Gazprom nel Mar della Pecora.

Secondo il Comitato d’inchiesta russo il comportamento dei militanti di Greenpeace ha messo in pericolo la vita di chi lavorava sulla piattaforma Gazprom. Vladimir Tchuprov, direttore del programma Artico di Greenpeace Russia, ha risposto che «Le azioni dei militanti di Greenpeace nel Mar di Pecora non possono costituire una minaccia per la vita delle persone che lavorano sulla piattaforma petrolifera Prirazlomnaia. Questa accusa che era stata formulata all’inizio. E’ evidente che le azioni dei militanti ecologisti non possono né perturbare il funzionamento della piattaforma, né costituire una minaccia per la vita del suo personale. Essendo Greenpeace un’organizzazione non violenta, i suoi militanti sono i soli a rischiare la loro salute e la loro vita durante azioni come quella. I militanti di Greenpeace seguono una formazione specializzata prima di prendere parte a manifestazioni di questo genere. Apprendono a comportarsi senza ricorrere alla violenza, ad escludere ogni minaccia ed ad evitare i rischi per gli altri. Questo è il primo principio applicato da Greenpeace durante le sue azioni. L’esperienza dimostra che I militanti ecologisti sono I soli ad esporsi al pericolo. Le operazioni di Greenpeace non hanno mai fatto una sola vittima nel mondo. Le forze dell’ordine non possono non saperlo».

Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia, sottolinea che «Le autorità russe hanno formalizzato l’accusa di vandalismo, senza ancora far decadere quella di pirateria come annunciato, ma la sostanza non cambia: la detenzione dell’equipaggio di Greenpeace e dei giornalisti e il sequestro della nave è del tutto illegittimo. Se l’accusa di pirateria si è rivelata inconsistente, quella di vandalismo oltre ad essere ugualmente assurda, mai comunque avrebbe dato il diritto di abbordare la nave di Greenpeace in acque internazionali».

Intanto l’Olanda ha deciso di portare il caso Russia-Greenpeace davanti al Tribunale internazionale del diritto del mare (Itlos), previsto dalla Convenzione Onu sul Diritto del Mare (Unclos) e la prima udienza è fissata ad Amburgo per il 6 novembre. La Russia, pur avendo sottoscritto l’Unclos, ha detto che non parteciperà al processo e non accetterà le decisioni del Tribunale.

Greenpeace fa notare che «Se la Russia dovesse davvero rifiutare la decisione del Tribunale, il risultato sarebbe una crisi generale del Diritto Internazionale ben oltre i limiti della questione tra Russia e Olanda. Il principio della libera navigazione in acque internazionali, che è alla base del diritto marittimo, sarebbe seriamente compromesso. Dal giorno dopo, infatti, chiunque può inventarsi accuse di pirateria come hanno fatto le autorità russe, abbordare e sequestrare chi vuole e poi rifiutare il giudizio del Tribunale internazionale».

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