Orto bioattivo: i principi fondamentali dell’agricoltura organico-rigenerativa

Uno dei caposaldi della rivoluzione agricola in atto, fondamentale per combattere i cambiamenti climatici ritornando a pratiche che si ispirano al funzionamento di grandi ecosistemi è indubbiamente rappresentato anche dall'orto, per la sua possibilità di raggiungere ogni singolo cittadino e nello specifico dall'"Orto Bioattivo", una pratica che va oltre il biologico, ispirandosi al funzionamento della grandi foreste pluviali. In questo articolo, l'ideatore dell'"Orto Bioattivo" Andrea Battiata ci accompagna attraverso i principi fondamentali dell'agricoltura organico-rigenerativa ed un glossario delle definizioni alla base di tale pratica colturale.

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1. La diversificazione colturale (ruolo degli avvicendamenti/rotazioni colturali)

Allungare e diversificare gli avvicendamenti/rotazioni colturali, ampliando il numero delle specie coltivate e delle famiglie botaniche cui appartengono ed evitando il frequente ripetersi delle stesse colture sui terreni, ha molteplici obiettivi:

  1. coprire il terreno e proteggerlo dagli agenti climatici in maniera continua e più efficace possibile;
  2. mantenere e migliorare la struttura del suolo attraverso l’azione degli apparati radicali delle piante;
  3. stimolare l’attività biologica nel terreno, eliminando periodi di interruzione colturale;
  4. limitare i rischi ambientali dovuti alla lisciviazione dei nitrati, all’erosione e al ruscellamento superficiale, alla perdita di biodiversità.

La diversificazione colturale permette, già da sola, di conservare ed arricchire la fertilità del suolo, di assicurare e talora anche migliorare le rese produttive e di iniziare a ridurre l’impiego di fitofarmaci e favorire l’utilizzo di principi attivi maggiormente ecocompatibili.

 

2. La riduzione delle lavorazioni

Ridurre progressivamente le lavorazioni fino ad arrivare alla “non lavorazione” del suolo protegge l’habitat e l’attività biologica degli organismi che vivono nel terreno. La regola principale da rispettare è quella di ridurre il disturbo del suolo e di non invertire mai gli strati. La diminuzione dell’intensità e della profondità delle lavorazioni, associata ad un minor numero di passaggi e transiti sui terreni, permette di aumentare la fertilità del suolo. L’attività biologica non perturbata e, in particolare, l’attività dei lombrichi prende man mano il posto degli interventi meccanici, completando l’azione di riorganizzazione e strutturazione del suolo fatta dalle radici.

La riduzione delle lavorazioni diminuisce le operazioni meccaniche e le macchine agricole necessarie, la potenza di trazione, i consumi di carburante e le ore di lavoro. Consente inoltre di conservare meglio la sostanza organica del suolo grazie alla diminuzione dell’ossigenazione provocata dalle arature profonde e dall’affinamento eccessivo e ripetuto dei letti di semina. Protetto dalle colture della rotazione e non perturbato dalle lavorazioni, il suolo, normalmente, sviluppa la sua naturale capacità di infiltrazione e filtrazione dell’acqua. Di conseguenza si riduce la lisciviazione degli elementi minerali, diminuisce il ruscellamento, aumenta l’acqua trattenuta nel suolo, si abbassa la sensibilità all’erosione e all’innesco di fenomeni franosi nelle aree collinari.

 

3. La copertura del suolo (ruolo dei residui colturali e delle cover crop)

Per la sua capacità di trattenere acqua, migliorare la struttura e fissare gli elementi nutritivi, la sostanza organica è il pilastro della fertilità dei suoli.

In Agricoltura Organica-Rigenerativa tutto è messo in opera per preservare e aumentare lo “stock” di carbonio organico presente nel terreno. Lasciare o restituire i residui colturali sulla superficie del suolo ha prima di tutto questa finalità. I miglioramenti cominciano a manifestarsi quando almeno il 30% della superficie del suolo è coperta, ma quanto maggiori sono i residui tanto più rapidi e significativi sono gli effetti. I residui colturali, insieme alle “cover crop”, assicurano la copertura permanente del suolo, permettono l’alimentazione in continuo dell’attività biologica e hanno un positivo effetto di controllo sulle infestanti.

 

L’applicazione contemporanea e continuativa dei tre principi su cui si basa l’Agricoltura Organica-Rigenerativa (diversificazione colturale, riduzione delle lavorazioni, copertura del suolo) ricrea gli equilibri biologici necessari per lo sviluppo di ecosistemi agricoli vitali, fertili e capaci di generare benefici ambientali.

Dopo l’abbandono delle lavorazioni un suolo condotto in Agricoltura Organica-Rigenerativa torna in genere a rendimenti comparabili dopo 3-5 anni di transizione nella maggior parte delle condizioni pedoclimatiche e per la maggior parte delle colture e delle tecniche adottate. Tuttavia, l’adattamento alle condizioni locali e alle caratteristiche delle singole aziende è indispensabile.

Passare all’Agricoltura Organica-Rigenerativa permette di realizzare economie e di preservare l’ambiente, ma è innanzi tutto una “scelta strategica”, che richiede un “approccio di sistema” e uno sguardo proiettato nel tempo.

Non si tratta affatto di una visione ristretta o riduttiva dell’agricoltura, come fosse un ritorno all’agricoltura del passato. L’Agricoltura Organica-Rigenerativa ha anzi bisogno di più agronomia, più riflessione, più competenza tecnica e più osservazione di quella convenzionale ed esprime un orientamento verso nuovi modi di produrre che sono in continuo divenire e che, integrandosi con l’uso dell’acqua, la gestione degli allevamenti e la difesa fitosanitaria, possono portare a sistemi agricoli ancora più performanti e più sostenibili.

 

DEFINIZIONI

Agricoltura convenzionale (aratura) Tecnica tradizionale di preparazione dei terreni per le semine, che comprende l’aratura e una serie di successive lavorazioni complementari di affinamento, effettuate con erpici, coltivatori ed altre macchine operatrici simili. L’aratura assorbe molta energia, implica il rivoltamento del terreno ed è eseguita normalmente a profondità di 30-40 cm e talora, soprattutto nei terreni argillosi, anche oltre. Essa, insieme alle lavorazioni che la seguono, altera e disturba fortemente l’attività biologica del suolo. Tale pratica è inoltre dispendiosa economicamente per l’elevato numero e costo delle macchine necessarie per potarla a termine e per l’alto consumo di combustibile che comporta.

Lavorazione ridotta Comprende tutte le tecniche di preparazione del terreno che non prevedono più l’aratura e consentono quindi di ridurre il numero e/o l’intensità delle lavorazioni rispetto alla pratica convenzionale.

Minima lavorazione - Tecnica che prevede la lavorazione del terreno a profondità non superiori a 15 cm, tale da permettere di ottenere con uno/due passaggi di macchina un letto di semina soddisfacente, mantenendo nel contempo una copertura di residui colturali su almeno il 30% della superficie lavorata. Sono compatibili con la definizione di Minima Lavorazione solo le operazioni eseguite con erpici a dischi o altri attrezzi portati, semi-portati o trainati dotati di organi lavoranti non mossi dalla presa di forza o idraulicamente.

Vertical Tillage - Tecnica che consiste nel lavorare il terreno alla profondità di 5-8 cm con macchinari dotati di dischi verticali senza inclinazioni rispetto alla direzione di avanzamento che, per la loro conformazione e disposizione, non sollevano e non rimescolano il suolo. La pratica, di più recente introduzione, ha l’obiettivo di rompere croste e compattamenti superficiali del suolo dovuti soprattutto al transito dei macchinari agricoli e di tagliare i residui colturali, che restano comunque pressoché integralmente in superficie.

Strip Tillage - Tecnica che prevede di lavorare il terreno in “strisce” (o “bande”) della larghezza massima di 15-20 cm e ad una profondità massima di 15 cm. La semina deve successivamente avvenire all’interno delle “strisce” lavorate, che nell’insieme dovrebbero interessare non più del 25% della superficie del suolo, così che sulla rimanente porzione di suolo permangano tutti i residui colturali; in genere, si realizza per colture sarchiate come il mais con larghezze di lavoro di 15 cm e interfila di 70-75 cm, o come la soia o il sorgo con larghezze di lavoro di 10 cm e interfila di 40-45 cm.

No Tillage - Tecnica che prevede come pratica continuativa la semina delle colture direttamente sulle stoppie della coltura precedente, i cui residui vengono lasciati totalmente o quasi (90-100%) sul terreno. Con questa tecnica non viene effettuata nessuna lavorazione del terreno; occorrono tuttavia seminatrici apposite, capaci di tagliare il residuo colturale, di depositare il seme e di ricoprirlo in condizioni di terreno sodivo. Il “No Tillage” non è una tecnica da applicare di volta in volta, ma si regge sulla sua adozione continuativa, e sullo stabilirsi di un nuovo equilibrio fra elementi fisici, chimici e biologici del suolo. “No Tillage” (spesso abbreviato “No-Till”), “Non lavorazione”, “semina diretta” e “semina su sodo” sono terminologie differenti che identificano la medesima tecnica, utilizzata oggi su una superficie di 120 milioni di ettari nel modo (10% delle terre coltivate) in continua crescita anno dopo anno.

Decompattamento - Tecnica che, senza rivoltare né rimescolare gli strati superficiali, taglia e solleva il terreno in profondità, arieggiandolo e aumentandone la conducibilità idrica. Richiede l’utilizzazione di macchine dotate di apposite ancore in grado di lavorare ad una profondità massima di 35-40 cm. La tecnica, che comporta un alto assorbimento di energia, deve intendersi come “operazione di soccorso”, da effettuarsi solo saltuariamente e in caso di effettiva necessità nei suoli che presentino evidenze di compattamento sotto superficiale, non risolte dagli interventi preventivi o non risolvibili nell’immediato con altri mezzi agronomici. Non è comunque assimilabile al decompattamento l’uso di attrezzi tipo chisel, ripper, ecc. che hanno altre finalità e che provocano un disturbo del suolo molto più ampio.

Cover crop -  Colture di copertura inserite nella rotazione tra una coltura principale e la successiva allo scopo di dare una copertura adeguata al suolo, apportare residui e quindi biomassa al terreno e stimolare l’attività biologica. Le funzioni delle “cover crop” sono molteplici: proteggono il suolo contro l’erosione e il compattamento, favoriscono il riciclo degli elementi nutritivi, agevolano il controllo delle infestanti e dei parassiti, aumentano la sostanza organica del terreno e ne preservano e migliorano la struttura. Molte sono le specie vegetali, utilizzabili da sole o in miscuglio, con cui realizzarle, quali segale, loiessa (o loietto italico), avena, altri cereali, grano saraceno, veccia, trifogli annuali, facelia, ravizzone, rafano, senape, ecc. Le “cover crop” in genere non sono destinate ad essere raccolte, ma ad essere lasciate integralmente in campo falciate, strizzate  e non interrate.

Contatti:

Dr. Agr. Andrea Battiata  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo." rel="alternate">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Specialista in Agricoltura Conservativa

 

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