Più benessere meno energia. Un futuro possibile - Essere razionale o consumatore ingordo?

Proseguiamo oggi con la pubblicazione del secondo di una serie di articoli tratti da un libro "Più benessere meno Energia. Un futuro possibile", scritto dall'ingegner Franco Donatini, caro amico di Ecquologia ed esperto di lungo corso del mondo dell'energia oltre che sopraffino scrittore (vedi scheda biografica in calce al post). Si tratta di un libro vincitore nel 2013 del primo premio per la sezione ecologia al XXXII Concorso Letterario Nazionale Franco Bargagna.

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"Viviamo come se questo fosse il solo dei mondi possibili, un mondo che promette sempre una qualche felicità …”

 Tiziano Terzani

 

Capitolo 2 - Essere razionale o consumatore ingordo?

Le fonti energetiche e la loro modalità di utilizzo hanno da sempre determinato un impatto fondamentale sulla vita dell’uomo. La storia dell’energia e la sua intensità di sfruttamento sono connesse in maniera indissolubile alle tappe di evoluzione dell’umanità. Ogni tappa è contraddistinta da un incremento significativo del fabbisogno di energia., come mostra la figura 1.

I primi progenitori dell’uomo cominciano a popolare la terra qualche milione di anni fa. Il loro fabbisogno energetico è legato esclusivamente all’alimentazione ed è circa un milione di calorie all’anno.

Circa 500 mila anni fa, l’homo erectus impara ad accendere il fuoco e a utilizzarlo per scaldarsi e difendersi dagli animali. Con la scoperta del fuoco il fabbisogno energetico dell’uomo raddoppia, superando due milioni di calorie.

Con l’avvento dell’agricoltura, verificatosi circa nel 7000 a.c., il fabbisogno raddoppia ancora, raggiungendo quasi cinque milioni calorie all’anno. Lo sfruttamento agricolo del territorio produce l’effetto di migliorare la qualità della vita dell’uomo ed ha come conseguenza  un significativo incremento della popolazione che passa da cinque a venti milioni di persone nel 4000 a.c.

Il consumo energetico pro capite non cresce significativamente nelle epoche successive, malgrado il progresso tecnico e sociale raggiunto dalla civiltà romana, fatto che sottolinea da un lato l’efficienza nell’organizzazione della società e dall’altro l’utilizzo spinto dei muscoli umani, legato alla schiavitù.

Dalla caduta dell’impero romano fino all’anno mille, per tutto il medioevo, segue un periodo di stagnazione dei consumi e dell’evoluzione tecnologica. Dopo il mille si verificano embrionali rivoluzioni tecnologiche basate sullo sfruttamento delle risorse naturali, quali quella idraulica e quella eolica per l’azionamento di mulini per la macinazione dei prodotti agricoli, la tessitura, le lavorazioni metallurgiche. Si tratta di interessanti segnali di crescita soprattutto per l’utilizzo ingegnoso delle fonti naturali, tuttavia il consumo energetico rimane ancora piuttosto limitato. Nel 1300, malgrado l’incremento demografico a circa cento milioni di persone in Europa, esso è ancora attestato sul valore di otto milioni di calorie all’anno.

 

Figura 1 – Incremento del consumo energetico pro capite in milioni di calorie all’anno, nel corso le fasi storiche dell’umanità

 

Questo valore si mantiene abbastanza costante fino alla nascita della società industriale con l’introduzione del carbon fossile nel 1600, quando subisce un incremento significativo, passando  a quindici milioni di calorie annuali pro capite. L’utilizzo intenso delle fonti energetiche fossili, già conosciute, ma rese sfruttabili dagli sviluppi tecnologici raggiunti nel campo dei materiali, costituisce un elemento di discontinuità rispetto alla storia precedente. Per la prima volta si attinge a una risorsa come il carbone che si è prodotta nel corso di  lunghe ere geologiche e che viene consumata in tempi relativamente più brevi rispetto a quelli della sua produzione. Si comincia quindi a depauperare un patrimonio dell’umanità senza una strategia che tenga in considerazione le esigenze delle future generazioni. Si può dire che con la rivoluzione industriale si pone per la prima volta il cosiddetto “problema etico dell’energia”. 

Ma c’è un altro aspetto importante. Lo sviluppo tecnologico, che ha reso possibile lo sfruttamento delle fonti fossili, ha determinato radicali cambiamenti sul piano economico e sociale. Si tratta di un evento epocale, ben colto anche da Karl Marx, come dimostrano le frasi seguenti tratte dal primo libro del Capitale:

“Quando gli strumenti, fino ad allora, mossi dall'organismo umano, si trasformarono in strumenti di un congegno meccanico, cioè diventarono macchine utensili, anche la macchina motrice ricevette una forma indipendente, completamente emancipata dai limiti della forza umana. (...)

In una officina dove l'oggetto del lavoro percorre una serie continua di processi graduali differenti, eseguiti da una catena di macchine utensili diverse, si ripresenta la divisione del lavoro, già attuata nella manifattura precedente: ma ora si presenta come una combinazione di macchine operatrici parziali. Nella manifattura sono gli operai che eseguono col loro strumento ogni processo parziale. L'officina mossa dalla forza del vapore diventa un solo grande automa dove l'operaio ha compiti di sorveglianza o poco più. (...)

La grande industria si trovò costretta a produrre macchine mediante macchine. Per produrre macchine mediante macchine era necessaria una macchina motrice capace di qualunque potenzialità di forza. Questa macchina esisteva già: era la macchina a vapore ”

La macchina a vapore brevettata da James Watt è di fatto la prima realizzazione concreta del concetto di ciclo termodinamico per la conversione del calore in lavoro meccanico. Senza di essa non sarebbe stato possibile la produzione di lavoro a partire dai combustibili; il loro uso sarebbe rimasto limitato al riscaldamento e alla cottura dei cibi, più o meno gli impieghi dell’uomo primitivo.

Le fonti energetiche fossili combinate con l’evoluzione scientifica e tecnologica risultano essere un grande motore della storia, un motore silenzioso, ma più influente addirittura delle guerre e delle rivoluzioni politiche. L’energia rappresenta per l’uomo un potenziamento colossale della sua forza fisica. Lo rende capace di imprese impossibili senza di essa, aumenta considerevolmente l’efficacia e l’efficienza del suo lavoro, ma allo stesso tempo marginalizza il ruolo di coloro che nel mercato del lavoro non hanno altro da offrire che la forza delle braccia.  Inoltre le fonti energetiche, il cui controllo può ora confluire nelle mani di pochi soggetti, determinano un’evoluzione della società capitalistica in una forma sempre più accentrata, secondo un modello che continua ancora oggi. La crescita economica è indissolubilmente legata al consumo di  energia; il fattore determinante di questa crescita è il flusso energetico che si immette nel sistema economico.  Il nostro modello economico è basato sulla disponibilità di energia. La semplice riduzione della sua disponibilità può portare al collasso della nostra civiltà.  Si potrebbe pensare di ristabilire l’equilibrio tra disponibilità e consumo  con la riduzione della popolazione, ma questo non è possibile. Per raggiungere un nuovo equilibrio demografico si passerebbe attraverso una fase transitoria di invecchiamento che determinerebbe una riduzione delle capacità produttive dell’umanità e conseguentemente una perdita dell’attuale livello di benessere. Nei periodi di scarsità di risorse l’umanità è stata capace di adeguarsi e pensare a nuovi modi di soddisfare ai propri bisogni. Oggi questo non sembra più possibile. Sono state proprio la scoperta e l’utilizzazione delle fonti fossili a far perdere all’ umanità questa capacità. E’ questo il senso della frase di Tiziano Terzani riportata all’inizio del capitolo:

Viviamo come se questo fosse il solo dei mondi possibili, un mondo che promette sempre una qualche felicità …”

Ma, come ha detto Massimo D’Azelio “La prima delle cose necessarie è di non spendere quello che non si ha”.  Le fonti fossili hanno dato all’uomo la sensazione di possedere risorse inesauribili, per uscire per sempre dalla miseria, per raggiungere una condizione illimitata di benessere. La scoperta e l’utilizzazione della fonte nucleare ha accentuato questa sensazione. Niente di più fallace. A parte il fatto che anche la risorsa nucleare è limitata, anche questa forma di energia ha il suo impatto sull’ambiente. Ogni volta che si sfrutta una risorsa energetica gelosamente custodita nelle viscere della terra, solo un terzo di essa viene effettivamente usata per soddisfare i nostri bisogni, mentre circa due terzi vengono rilasciati all’esterno. Ancora una volta è la logica ferrea del secondo principio della termodinamica a fare chiarezza sugli alibi che l’umanità si crea quando affronta questo problema. Se la limitatezza delle fonti ha impatto col primo principio che attiene alla conservazione dell’energia, il secondo principio definisce invece l’impatto sull’ambiente dell’utilizzazione delle fonti energetiche. Si tratta di due impatti diversi ma ugualmente drammatici. Oggi addirittura  si ritiene che il secondo sia più critico del primo, cioè che la specie umana potrebbe scomparire dalla terra, non tanto per l’esaurimento delle fonti, ma piuttosto per le conseguenze sull’ambiente connesse al loro utilizzo, siano esse lo scarico di enormi quantità di calore o l’emissione di gas responsabili dell’effetto Serra. Sembra cioè che la prospettiva di morire di “caldo”, dovuta alle trasformazioni indotte dalla dissipazione energetica, sia, per l’umanità, più prossima di quella di morire di “freddo”, causata dall’esaurimento delle risorse. Si tratta di un discorso complesso che verrà analizzato più accuratamente nel prossimo capitolo.

Torniamo al nostro modello energetico economico. Il nostro sistema produttivo è assimilabile ad una enorme macchina termodinamica in cui entrano i combustibili ed escono lavoro e quindi prodotti, quantificabili mediante il loro valore economico. Tim Garrett, matematico dell’università americana dello stato dello Utah ha stigmatizzato la dipendenza stretta tra crescita economica e energia consumata, arrivando a definire una costante di proporzionalità. Secondo Garrett tale costante vale in un campo molto vasto, sia che ci si riferisca alle economie attuali che a quelle dell’antichità, sia che si considerino le fonti energetiche fossili o la forza umana, sia infine che si prendano in considerazione diversi settori produttivi, da quello agricolo, industriale e terziario. Le cose non stanno proprio così.  La relazione tra consumo energetico e produzione è molto più articolata e dipende dal contesto economico. Nelle economie più avanzate il rapporto consumo produzione è più basso, sia per il maggior valore economico dei prodotti che per l’impiego di tecniche produttive più sofisticate ed efficienti.

In appendice è riportata la classifica dei paesi del mondo rispetto al prodotto pro capite, correlato al consumo energetico individuale e alla disponibilità di beni di consumo particolarmente significativi del tenore di vita. Il consumo energetico per valore unitario del prodotto, espresso in chilogrammi equivalenti di petrolio per dollaro (kep/$) è compreso tra  0,1 e 0,2 per i paesi più evoluti, tra 0,2 e 0,5 per quelli meno industrializzati, avvicinandosi ad 1 per i paesi veramente poveri. La media mondiale  è intorno a 0,2.

Se i paesi più sviluppati mostrano, come risulta dalle considerazioni precedenti , una maggiore efficienza produttiva, altrettanta virtuosità non si riscontra nel contenimento dei consumi dal punto di vista della evoluzione storica.  Oggi nei paesi industrializzati il fabbisogno energetico pro capite è di circa trentacinque milioni di calorie annue, che sono oltre il doppio del consumo medio di 15 milioni dell’epoca della rivoluzione industriale. Invece la media mondiale è di poco superiore a quest’ultimo valore ed esistono molti paesi tra cui l’India che hanno ancora valori notevolmente più bassi rispetto a questo.

Il fabbisogno energetico cambia significativamente, circa di un ordine di grandezza, se si passa dai paesi più sviluppati a quelli del terzo mondo che vivono sotto la soglia di povertà, come evidenzia la figura 2.

 

Figura 2 – Confronto tra il consumo energetico pro capite (milioni di calorie all’anno) in alcuni paesi e il valore medio nel mondo

Emerge subito un primo problema etico; la disparità nello sfruttamento delle risorse energetiche, che penalizza fortemente le condizioni di vita dei paesi più poveri. Se volessimo portare questi paesi alle nostre condizioni di vita, questo condurrebbe ad un rapido esaurimento delle fonti  attualmente accertate.  Ma il fatto più inquietante è che nei paesi più progrediti, cioè proprio laddove lo sviluppo scientifico e tecnologico ha consentito l’introduzione di processi produttivi notevolmente più efficienti, il consumo energetico è continuato a crescere a ritmo galoppante, raggiungendo come negli Stati Uniti valori che superano 5 volte quelli dell’inizio della rivoluzione industriale. E’ il segnale chiaro che la tendenza dell’uomo è stata verso l’incremento dell’intensità produttiva, stimolato soprattutto dalla competizione economica, ma non nel senso del contenimento e della razionalizzazione dei consumi, legati al mantenimento del suo tenore di vita. Se si considera che circa 700.000 calorie all’anno sono il fabbisogno dell’uomo per l’alimentazione, il consumo energetico complessivo negli Stati Uniti è oltre 100 volte questo valore. Ciò significa che oggi nei paesi più ricchi  oltre il 90% del consumo non è per nutrirsi  e sopravvivere come lo era per l’uomo primitivo ma è destinato alla produzione di beni e servizi che rendono la vita più confortevole.

Il fatto sorprendente e insieme inquietante è che questa tendenza di crescita dei consumi, mai interrotta se non per brevi periodi di recessione economica, continua pur in presenza dell’esplicarsi della nuova grande rivoluzione attuale che è quella dell’informatica e dell’automazione. Se la rivoluzione industriale metteva al centro il consumo energetico come strumento per sostituire la fatica fisica, quella dell’informatica si basa sulla diffusione distribuita di modelli di conoscenza in grado di ottimizzare profondamente il modo di eseguire il lavoro umano. Questo avrebbe dovuto avere una forte ripercussione non solo sul livello dei consumi, ma soprattutto sull’attività umana, in maniera tale da privilegiare la qualità rispetto alla quantità. Se la rivoluzione industriale è stata il trionfo della quantità intesa come potenziamento della capacità produttiva dell’uomo, quella informatica dovrebbe essere l’affermazione della qualità, resa possibile proprio dalla capillarizzazione della conoscenza in tutti i processi, da quelli industriali, commerciali a quelli socio-economici. Questa svolta di fatto non si è verificata. La salute e l’efficienza del sistema economico sono ancora misurate da indici come il prodotto interno lordo e il prodotto pro capite che sono indicatori di tipo quantitativo piuttosto che qualitativo. La ragione non è la mancanza di conoscenze scientifiche o di strumenti tecnologici, e nemmeno economica. Anzi gli sviluppi dell’elettronica e dei nuovi materiali, la miniaturizzazione dei circuiti e dei componenti e la conseguente riduzione dei costi renderebbe facilmente realizzabile questo spostamento della vita dell’uomo dalla quantità alla qualità. La ragione è essenzialmente etica. L’azione umana è ancora guidata dall’istintualità, piuttosto che dalla razionalità.

Si ripropone all’uomo la scelta di campo tra due modalità di vita, tra “avere” e “essere” , come nel famoso saggio di Erich Fromm [4], che di fatto rappresenta l’alternativa tra quantità e qualità. Di fronte a questa scelta l’uomo per ora preferisce l’avere all’essere e quindi la ricchezza, il consumo incontrollato, rispetto all’uso equilibrato e razionale dei beni.  Ma allo stesso tempo nell’uomo comincia a emergere la disillusione per ciò che la rivoluzione industriale non è stata capace di dargli, per la grande promessa che non è riuscita a esaudire. Si fa strada la consapevolezza che la felicità non coincida con la soddisfazione illimitata di tutti i desideri, che il progresso tecnico porti con se anche conseguenze negative quali il pericolo ecologico e il rischio di conflitti sempre più sanguinosi, che lo sviluppo economico sia rimasto limitato ai paesi più ricchi e abbia ampliato il divario nelle condizioni di vita della popolazione mondiale. Si tratta di una consapevolezza che, seppur generalizzata e in corso di radicamento nelle coscienze, non è stata ancora calata in un approccio più razionale e concreto, in grado di modificare profondamente le politiche di sviluppo economico e sociale dell’umanità.  Una consapevolezza, già da tempo percepita da intellettuali e uomini di scienza come Einstein e  Russell, che è stata alla base del rapporto sui limiti dello sviluppo commissionato al MIT dal Club di Roma e completato nel 1972 [5]. Già venti anni prima Albert Schweitzer, medico, musicista e missionario luterano, nel momento di ricevere a Oslo il Premio Nobel per la pace esortava il mondo con queste parole ancora molto attuali:

“... l’uomo è divenuto un superuomo… Ma il superuomo col suo sovrumano potere non è pervenuto al livello di sovrumana razionalità. Più il suo potere cresce, più egli diventa anzi un pover’uomo (…)  Le nostre coscienze non possono non essere scosse dalla constatazione che, più cresciamo e diventiamo superuomini, e più siamo disumani”

Una grande verità sul piano morale che ha la sua drammatica corrispondenza su quello economico sociale, ben riassunta dalle parole di Erich Fromm a proposito del consumo:

“…consumare è una forma dell’avere, forse quella di maggior momento per l’odierna società industriale opulenta.  Il  consumo ha caratteristiche ambivalenti: placa l’ansia, perché ciò che uno ha non può essergli ripreso; ma impone anche che il consumatore consumi sempre di più, dal momento che il consumo precedente ben presto perde il suo carattere gratificante. I consumatori moderni possono etichettare se stessi con questa formula: io sono ciò che ho e ciò che consumo”

In queste frasi è contenuta la spiegazione della logica della spirale dei consumi tipica delle ricche società industriali. Il passaggio dal concetto di “sono ciò che consumo” a quello di “sono ciò che valgo”, non si è ancora realizzato a partire dalla rivoluzione industriale a oggi. Questo passaggio richiede una scelta etica di campo che la società umana ancora non ha fatto.  

Tuttavia questa è un’azione necessaria ma non sufficiente. Il passaggio dalla quantità alla qualità richiede per realizzarsi anche la capacità di un grande sviluppo tecnologico, una condizione che oggi finalmente esiste e può essere sfruttata. La rivoluzione informatica può fornire alla scelta etica dell’umanità la concreta possibilità di un nuovo modello di sviluppo.

 

Biblografia

5. Erich Fromm. Avere o Essere. Arnoldo Mondatori Editore, Milano, 1977

6. Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jorgen Randers, William W. Behrens III. The Limits to Growth. New York, Universe Books, 1972

 

Franco Donatini, ingegnere, esperto di energetica, ha lavorato in Enel come responsabile delle politiche di ricerca e sviluppo per le fonti rinnovabili.

E’ docente universitario di Energia Geotermica. È stato tra i fondatori del Master sulle Energie rinnovabili dell’Università di Pisa. È autore di oltre cento pubblicazioni scientifiche in ambito nazionale e internazionale nel campo delle tecnologie e dei sistemi energetici. È redattore della rivista «Locus», di ambiente e cultura del territorio.

Come esperto di fonti rinnovabili ha partecipato a trasmissioni televisive quali Linea Blu, Rai Utile ed «Evoluti per caso: sulle tracce di Darwin».

Autore di poesia e narrativa, ha pubblicato nel 2008 la raccolta di racconti In viaggio, con Patrizio Roversi, nel 2009 i testi narrativi Galileo, i giorni della cecità (prefazione di Carlo Rubbia) e Intorno a lei. Chagal, amore e arte, nel 2011 il libro storico Giuseppe Verdi e Teresa Stolz. Un legame oltre la musica, nel 2012 la biografia La vestale di Kandinsky e il romanzo Dov’è Charleroi.

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