"La politica industriale pensi alla brown economy" di Massimo Sapienza

lavoratori pannelli solariIl comparto delle rinnovabili così come lo conosciamo adesso è il frutto di due scelte forti di politica industriale: la decisione dell’Unione Europea e della Germania in primis, attraverso il pacchetto 20-20-20, di creare una domanda di impianti “alternativi”, sovvenzionandola in maniera massiccia e quella della Repubblica Popolare Cinese di dar vita ad una significativa sovraccapacità produttiva per fornire di componenti le installazioni verdi europee.

Al punto in cui siamo, prossimi o già in piena grid-parity, il ruolo della politica industriale per lo sviluppo delle rinnovabili mi sembra un tema non centrale per il dibattito. Sicuramente la politica industriale avrà ancora un fortissimo impatto per sviluppare due settori ancora piuttosto lontani dalla piena maturità–mi riferisco alla mobilità elettrica e gli accumuli- ma sul fronte delle rinnovabili il grosso è stato fatto. Ritengo quindi che i policy makers dovrebbero concentrare i loro sforzi per promuovere fino alla piena maturità le filiere dell’auto elettrica e degli accumulatori, limitandosi a mantenere un quadro regolamentare stabile per le rinnovabili elettriche e termiche che sono invece ormai pronte per combattere la propria battaglia in assenza di shock regolamentari. Chiaramente moltissimo si potrebbe e si dovrebbe fare per promuovere ulteriormente le, in particolare per i piccoli impianti residenziali attraverso gli sgravi fiscali o su impianti di dimensione media completando la regolazione dei Sistemi E di Utenza (SEU), ma non è questo oggi il tema al centro della mia riflessione.

Se guardassi al breve periodo dovrei sollevare un grido di dolore per le migliaia di posti di lavoro persi negli ultimi mesi e a rischio nella Green Economy, ma cercherò di dare al mio intervento un taglio più di ampio respiro. Credo sia in ogni caso doveroso, però, ribadire che sgravi fiscali e SEU, nel breve periodo, eviterebbe di compiere un’azione di macelleria sociale a danno dei piccoli installatori, dei giovani e di tutti i soggetti che hanno fatto scelte imprenditoriali molto coraggiose in questi anni, spesso abbandonando carriere protette e ben remunerate per entrare in questo settore.

Se guardo, invece, al medio-lungo periodo penso che sia importante che la politica industriale dedichi attenzione alla ricerca di una exit strategy.

 

Intervento di Massimo Daniele Sapienza al convegno del 6 marzo 2013, organizzato dalla Fondazione Economia Tor Vergata presso la Link Campus University a Roma dal titolo: “Green Economy, Innovazione e Politica Industriale”.

"infatti in uno schema win-win, ma da questa trasformazione epocale usciranno chiaramente degli sconfitti, importanti perdite e alti costi sociali. Credo che in assenza di un piano di uscita da questi settori ben guidato dalla politica, assisteremo a cruente battaglie di retroguardia, di cui, a dire il vero, abbiamo già avuto sufficienti assaggi . Se gli interessi di coloro che operano nell’ambito delle fonti fossili non saranno incanalati e guidati dalla politica verso un “atterraggio dolce”, tutta la società nel suo complesso sconterà le fasi bellicose della distruzione creatrice con potenziali ritardi e inefficienze nel cambio di paradigma da Brown a Green Economy."

A questo riguardo, ascoltare Simone Mori parlare della partecipazione di Enel al gruppo di lavoro di MIT sul futuro delle utilities mi ha fatto molto riflettere. A mio avviso, le utilities non hanno futuro: l’evoluzione tecnologica e in particolare la Green Economy sono destinate a spazzarle via, disintermediando il modo attuale di produzione dell’energia e di molti essentials of life. In particolare, nell’energia elettrica l’utilizzo di fonti come il sole e il vento sta annientando le economie di scala nel campo della generazione e gli accumuli potrebbero presto rendere obsoleti i sistemi di trasmissione e distribuzione dell’elettricità. Difficile immaginare un ruolo per le utilities quando la generazione non ha più una scala ottima minima e la trasmissione e la distribuzione divengono residuali o addirittura obsolete.

Non mi dilungo troppo sull’impatto degli accumuli sul business della trasmissione e della distribuzione elettrica anche perché sono prossimi ma non imminenti mentre vorrei chiarire con maggior vigore quanto siano importanti le fonti pulite nel processo di formazione del prezzo dell’energia elettrica. Fra addetti ai lavori abbiamo coniato un nome per questo fenomeno: lo chiamiamo peak-shaving.

Il peak-shaving, studiato statisticamente in Italia da Francesco Meneguzzo del CNR, in realtà non è nulla di nuovo per noi economisti. Come ben possiamo intuire in un mercato ad asta con system marginal price, nel quale l’offerta marginale determina il prezzo che tutti gli attori percepiscono nell’unità di tempo, immettendo nella curva di offerta unità con costo marginale pari a zero ,come gli impianti a fonte rinnovabile, il prezzo medio non può che abbassarsi. Ci riferiamo al peak-shaving, per l’appunto, per indicare l’effetto sul prezzo delle ore di punta di queste massicce dosi di offerta a costo marginale pari a zero.

Se infatti prima dell’era delle sole e del vento , ossia fino a tre anni fa, le ore dalle 9 alle 14 dei giorni feriali erano le più care e pregiate con un prezzo che arrivava ad essere pari a 4 o 5 volte quelle della notte, l’avvento degli impianti rinnovabili ha totalmente livellato la “collina” dei prezzi del mattino. In particolare il solare fotovoltaico, con i sui 17 GW di potenza sta riducendo il prezzo in quelle ore fino a farle diventare addirittura le più convenienti della giornata. E’ significativo ricordare che nel giorno di Pasquetta in Sicilia il prezzo ha toccato un valore pari a zero! La stessa cosa è avvenuta recentemente e ripetutamente in Germania e in Spagna. Man mano. Con l’aumentare dell’energia prodotta da fonti alternative , questi fenomeni non potranno che intensificarsi.

Ho ascoltato l’intervento della professoressa Termini che descriveva la preoccupazione dell’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas di fronte al costo in bolletta degli oneri per il fotovoltaico (6,7 miliardi di Euro). Non che io sia stato troppo sorpreso dall’intervento della professoressa Termini, in svariate sedi istituzionali e sui media siamo stati martellati da questa cifra. Trovo giusto guardare i costi ma ritengo sia doveroso e necessario analizzare queste voci di spesa e compararle con i benefici. In primo luogo,al fine di misurare correttamente i costi, mi preme segnalare che i 6,7 miliardi sono nominali e non si rivalutano con l’inflazione. Per cui in un quadro anche di bassa inflazione fra 20 anni l’incidenza in termini reali dei sussidi al fotovoltaico sarà dimezzata. Mi si risponderà naturalmente: “Ma anche dimezzata si tratta di una bella cifra”.

Sono d’accordo. Ma spero che anche i lettori convengano che qualunque investimento debba essere messo in relazione ai benefici per poter essere correttamente valutato .

Si potrebbe dire molto sui vantaggi in termini di impatto ambientale; riduzione delle emissioni di anidride carbonica e di gas serra; tasso di occupazione attraverso le imprese della Green Economy; maggiori introiti dello stato per IVA, tassazione sul reddito della produzione di energia, IMU, etc. etc. Sono tutti conti molto importanti.

Asso Energie Future ha fatto fare uno studio all’I-COM nel 2010, che mediante l’utilizzo di un modello di equilibrio economico generale, mostrava che il fotovoltaico può essere una opportunità di guadagno netta molto importante per una economia, quando tutti questi fattori siano stati tenuti in debito conto e si sia formata una filiera nazionale. Ma non voglio nemmeno entrare in ragionamenti così sofisticati. Non voglio neppurefare appello alla sicurezza dell’offerta, alla riduzione del rischio geopolitico e alla diminuita variabilità dei prezzi dell’energia che tanto potrebbero contribuire a smorzare i cicli economici.

Vorrei semplicemente fare riferimento al fenomeno del peak-shaving che ho introdotto in precedenza. In Italia consumiamo in ore di “punta” quelle a maggior consumo circa 110 TWh di elettricità ogni anno. Con una diminuzione media del prezzo dell’elettricità nelle ore di picco del 25% (nella realtà la diminuzione potrebbe essere molto più significativa), per effetto peak-shaving, si ha un beneficio per i consumatori pari a circa 3 miliardi di euro all’anno in termini di minori costi della materia prima energia elettrica in bolletta. Ripeto quindi: a fronte dei 6,7 miliardi di euro costanti di incentivi costanti per venti anni in termini nominali, che si riducono quindi fino a dimezzarsi in termini reali quindi, abbiamo benefici per i consumatori in termini di minore costo dell’elettricità per circa 3 miliardi di euro.

E’ facile la matematica che ci porta a concludere che i cosiddetti “costi delle rinnovabili” sono assai minori di quelli normalmente pubblicati sui giornali e discussi nei convegni! Se tenessimo conto dei benefici ambientali, dei maggiori introiti per lo stato e dell’effetto di stimolo sull’economia non staremmo parlando di oneri ma bensì di vantaggi.

Chiaramente invece il peak-shaving deve leggersi come una vera sciagura biblica se considerato dalla prospettiva dei produttori da fonti fossili. I 3 miliardi di euro che vengono restituiti ai cittadini in termini di minori bollette sono tutti margini delle utilities. Stiamo quindi parlando di un gigantesco trasferimento di margine dalle utilities ai produttori di rinnovabili. Questo è l’effetto netto della politica industriale ad oggi in essere.

L’arrivo della grid-parity non potrà che accrescere questo effetto anche perché essendo diventate mature le tecnologie ormai l’onda lunga continua a montare in linea con l’installazione di nuovi impianti. Se poi mettiamo nel conto che entro il 2020 anche gli accumuli arrivino alla piena maturità, risulta del tutto evidente perché all’inizio del mio intervento scrivevo che le politiche industriali più importanti nel settore dell’energia elettrica saranno probabilmente quelle di gestione della transizione tra Brown Economy e Green Economy,

Per concludere faccio alcuni esempi concreti per far capire di cosa stiamo parlando: domenica 13 maggio 2013 l'elettricità, nelle ore di sole, fra le 8 e le 18 costava circa 3 centesimi di euro per kWh mentre raggiungeva i 9 centesimi di euro per kWh la sera in assenza dell'effetto fotovoltaico.

Esaminiamo invece un giorno lavorativo: lunedì 14 maggio la domanda è maggiore e le rinnovabili non sono sufficienti a tenere bassi i prezzi. Dalle 8 alle 18 il prezzo è intorno a 7 centesimi di euro per kWh. Da notare che la sera alle 21, senza l'effetto fotovoltaico, il prezzo sale fino a 10 centesimi di euro per kWh !!
 Prezzo dell'elettricità in borsa per oggi 16 maggio: circa 6 centesimi di euro per KWh tra le 13 e le 14 mentre fra le 18 e le 24 i consumi calano ma i prezzi salgono a oltre 9 centesimi di euro al kWh alle 21!! In quelle ore (fra le 18 e le 24) non c'è l'effetto fotovoltaico.

Gli scettici possono consultare sul sito ufficiale del GME

(www.mercatoelettrico.org). I dati sono a disposizione. Basta leggerli!

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