Non c’è fase 2 senza web tax: Ue al lavoro, i colossi paghino le tasse

A volerla sono, in Italia, Francesco Boccia del Pd, in Ue, il sovranista Joseph E. Stigliz e il socialista Thomas Pikkety. Non è più questione fiscale, ormai è questione di giustizia sociale.

 
 

Non è più una questione fiscale, ormai è diventata una questione di giustizia sociale. Nei mesi di lockdown le multinazionali del web presenti in Italia hanno aumentato i ricavi in misura esponenziale, e continueranno a farlo con il telelavoro e il relativo cambio delle abitudini dei cittadini del vecchio continente, Italia in testa. Mentre molte piccole imprese sono state costrette a chiudere l’attività a causa della crisi e di un carico fiscale che ha raggiunto livelli che il decreto Rilancio ha potuto alleviare solo marginalmente, sui giganti tecnologici il peso delle tasse continua a rimanere insignificantené pagano l’iva.

Tecnologici i giganti, in carne e ossa i dipendenti sottopagati che lavorano senza tutele nei settori della logistica e della consegna a causa del rimbalzo di responsabilità e società terze che rende kafkiano ogni tentativo di ripercorrere a ritroso la filiera e di tutelare i lavoratori.

AmazonFacebook, non solo Oligopoli dell’Hi-Tech, ma farmaceutica, distribuzione. È anche a loro che si deve chiedere pegno. In Europa, neanche a dirlo, la web tax non piace a Lussemburgo, Irlanda e Olanda. E oltre oceano il segretario americano al Tesoro, Mnuchin, ha appena scritto a Italia, Francia, Spagna e Regno Unito facendo muro sulla web tax e minacciando rappresaglie economicheNoblesse oblige.

 

Che cos’è la web tax

Con web tax (o webtax) si indica la proposta di legge che punta, nell’era dell’economia digitale, alla regolamentazione della tassazione per le multinazionali che operano in Rete, con l’obiettivo di garantire equità fiscale e concorrenza leale.

La webtax è il tentativo di far pagare le imposte indirette alle Over the Top che operano e fanno profitti in diversi Paesi del mondo ma non utilizzano la partita iva del Paese in cui erogano i servizi o commercializzano prodotti. In questo modo si porrebbe fine ad un’elusione fiscale su scala globale di decine di miliardi di euro.

 

Chi per primo ha proposto la web tax in Italia e in Europa

A proporla per primo in Italia è stato il deputato PD Francesco Boccia, ora ministro per gli affari regionali e le autonomie nel Governo Conte II. La sua proposta aveva trovato non pochi ostacoli e oppositori, specie dal fronte del centro destra. Richiedere la web tax significa ottenere prima una rendicontazione pubblica, Paese per Paese, delle grandi corporation, e a tal proposito Boccia, già nel 2017, in un’intervista al Manifesto parlava della necessità di “creare dei cloud pubblici, dove siano conservati con sicurezza i miei dati di paziente, contribuente, di padre o di figlio, i miei rapporti con la motorizzazione e così via”. Proposte indigeste a chi fa dell’off shore, della delocalizzazione, e dell’evasione fiscale il proprio modus operandi.

Illustri promotori della web tax in Europa sono Joseph E. Stigliz, premio Nobel per l’economia nel 2001 e professore alla Columbia University, e Thomas Pikkety, professore alla Paris School of Economics e autore del libro “Il Capitale del XXI secolo”. Di pensiero socialista, Pikkety batte da sempre il ferro sul tema delle diseguaglianze in una società che dovrebbe essere di eguali. Stigliz e Pikkety hanno già preparato un dossier attuativo insieme alla Commissione indipendente per la riforma della fiscalità internazionale d’impresa (ICRICT), organismo nato quattro anni fa e di cui i due economisti sono i commissari più noti. L’uno amato dai sovranisti e rossobruni, l’altro amato dai progressisti cosiddetti radical chicstanno lavorando fianco a fianco, nell’interesse comune. Solo la fanteria, gli hooligans, gli urlatori da bar, i leoni da tastiera non l’hanno ancora capito.

 

Fonte: link articolo originale Peopleforplanet

 
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