Lana italiana: eccellenza termo-fono isolante per edilizia e non solo

Chiariamoci subito: non è bisogno di una nuova forma di autarchia, quanto piuttosto di valorizzare, come mai fino ad oggi, le potenzialità di un bene che esiste da sempre. Indissolubilmente legato ad una delle tradizioni più antiche del settore agricolo: la pastorizia e i suoi derivati, a cascata, dal formaggio alla lana dei velli. (nella foto di copertina: a sinistra la pecora appenninica italiana adatta a produzione di latte e a destra il confronto con la pecora islandese da lana)

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Qual è la differenza oggi, con gli innumerevoli tentativi effettuati per restituire dignità alla lana prodotta in Italia negli ultimi 30 anni?

La lana italiana, non è adatta per il settore tessile abbigliamento per motivi tecnici e strutturali; per quegli stessi motivi, oggi, grazie alla scienza e alla tecnica, si scopre invece ideale per settori ad alto indice di sostenibilità, come la bioedilizia, ma anche l’arredamento funzionale, fino alle applicazioni orto florovivaistiche. In piena era della bioeconomia.

Ne è stato parlato il 21 aprile u.s. nel Workshop interattivo on line, organizzato da FVA New Media Research nell’ambito di un progetto Horizon 2020 - che ha interessato oltre 100 soggetti uditori e 13 relatori italiani di varia estrazione e provenienza: ricercatori, consulenti industriali, associazioni legate alle tematiche dei prodotti biobased, imprese. E’ stato fornito un quadro della situazione, rinnovando l’interesse per un bene prezioso, lasciando alcune porte aperte allo sviluppo industriale, oltre ai singoli dubbi sul sistema che non premia i progetti ma la liquidità e le garanzie bancarie.

Abbiamo chiesto agli organizzatori perché abbiano sentito il bisogno di tornare a proporre il tema del recupero delle lane italiane e perché proprio in questo periodo storico? Ci risponde Susanna Albertini, coordinatrice del progetto: ”Riscoprire le possibilità di utilizzo della lana significa riappropriarsi di un pezzo di storia rilanciando l'economia di tutte quelle realtà vocate all’allevamento ovino, che potrebbe portare nuove opportunità di sviluppo e diversificazione rurale e industriale, grazie all’attuale richiesta sempre più crescente di prodotti bio-based locali, naturali, ecosostenibili e sani per la salute umana.Organizzato nell’ambito dei progetti europei della piattaforma EU biobridges in collaborazione con l’Università Aldo Moro di Bari e la piattaforma europea Biovoices (https://www.biovoices.eu), il seminario ha preso atto che  lo sviluppo potenziale delle lane italiane non coincide, in primis, col bisogno di  nuovi materiali tessili per vestirci in modo più confortevole e naturale, se non marginalmente, ma piuttosto con la  selezione di ovini ad alto indice di qualità alimentare che resta la fonte primaria di questa economia italiana. Di fatto la lana italiana è stata relegata per decenni a ruolo di sottoprodotto e marginalizzata.

Quella della lana italiana è quindi una storia che rispecchia una frammentazione di razze e luoghi di provenienza, disperse in territori spesso impervi che negli anni della industrializzazione non potevano più rispondere alle condizioni del mercato, frammentazioni, queste date dall’ industrializzazione, che hanno di fatto smontato le filiere locali, incluso il tessile, e che oggi portano ad un valore di mercato di questa lana che non ripaga neanche la tosa (operazione necessaria per il benessere dell’animale, a priori) perché è considerabile al pari di un rifiuto da smaltire a pagamento. Nella migliore delle ipotesi, apporta improbabili miseri guadagni per qualche commerciante che esporta le lane recuperate in paesi dove questo materiale è ancora usato per costruirci oggetti come tappeti, tende, strumenti di lavoro e anche abbigliamento pesante tradizionale, quali India, Cina e Paesi satelliti.

Vale la pena dunque riproporre una filiera per questo settore in odore di povertà? Ebbene sembra di sì. Chi scrive era tra i relatori in rappresentanza della Ass. Naz. Chimica Verde Bionet, quale esperto del settore tessile tecnico.

La prima questione da porre sul tavolo è finalmente la rimozione del concetto di “lana di scarto”, presente nell’immaginario collettivo e intrinsecamente e industrialmente sbagliato. Perché “rustica”, cioè non utile per l’abbigliamento - in genere troppo spessa e rigida per entrare in contatto con la pelle - non giustifica una sottovalorizzazione del materiale a prescindere. Devono essere innanzitutto conosciute le proprietà dirette e derivate e quindi individuarne le possibili, peculiari applicazioni. In molti casi esistono già, sperimentate e disponibili, altre provengono dalla Ricerca e dalle nuove Tecniche di lavorazione, soprattutto secondo criteri di economia circolare sostenibile, altre infine sono da scoprire e riscoprire, perché, finalmente, il Pianeta si sta rendendo conto che non può essere tutto e solo fatto con derivati dal petrolio. A volte certi materiali della tradizione sono ancora i migliori come performances.

Le razze di pecore italiane allevate in Italia, da latte o da carne sono decine: tra le altre, la  Sopravvisana, Massese, Gentile di Puglia, Comisana, Altamurana, Garfagnina, Merinizzata, Sarda. Quest’ultima è probabilmente quella con i numeri più alti anche in termine di vello di lana estraibile annualmente: 4500 Tons di lana sucida che ripulita e sgrassata rendono il 50% del peso iniziale, se va bene. La finezza di queste lane può variare ma per esempio quella sarda è 20 volte più grossa di una fibra nobile australiana.

Quali applicazioni dunque sono possibili?

Abbiamo sentito un imprenditore del settore dei cosiddetti “tessili tecnici”, cioè prodotti realizzati con materiale tessile come le fibre, ma mirati al raggiungimento di uno scopo che ne valorizzi l’applicazione. Pierluigi Damiani con la sua azienda Brebey, presente al simposio, è impegnato nello sviluppo di applicazioni per il settore della bioedilizia, per esempio, ma non solo.

Applicazione industriale fono-termoisolante della lana italiana in una ristrutturazione a alta efficienza e basso impatto ambientale con materiale di Brebey

Dal 2012 - ci dice Pierluigi Damiani fondatore di Brebey - le statistiche di mercato registrano un uso annuale di materiali naturali e sostenibili in edilizia pari allo 0,10% sul totale; valore che è ‘salito’ all’1,90% nel 2019.” Un segnale incoraggiante, ci chiediamo? Anche all’interno dei nuovi concetti di bioedilizia - alta efficienza e basso impatto ambientale - c’è bisogno di applicare la ricerca per raggiungere obiettivi di efficienza potenziali, garantendo la resa e il ritorno economico nel tempo, per tutti gli attori coinvolti nella filiera”. Pagare poco ora e ripagare dopo pochi anni per la bassa qualità dei materiali? O pagare di più all’inizio e non toccare più il prodotto, se non a fine vita con lo smaltimento selettivo a prezzo contenuto? O poterlo sostituire a più basso costo dopo? Non è un problema di gestione operativa, - sostiene Damiani, i cui prodotti nascono da un principio di semplicità funzionale - quanto di mancanza di precedenti certi e di tortuosità burocratiche, ma non solo, nel crearli. E’ pertanto un problema fondamentalmente economico, ovvero politico e culturale”.

Una bella borsa in lana italiana proposta dalla cooperativa "fibre&filo"

La rincorsa al prezzo più basso e non a quello più efficiente, è stato il mantra degli ultimi 30 anni; nel 2013 il prezzo della lana sucida - appena tosata, da lavare - era di 0,50 €/kg, nel 2019 0,20-0,30€/kg; il 50% in meno. Questo mentre la produzione mondiale di lane è scesa nel frattempo del 60%, secondo dati Fao, sospinta verso il basso dalla pressione delle industrie chimiche e degli idrocarburi, a favore delle fibre industriali: quelle sintetiche - le micro e nano fibre disperse in mare dalle lavatrici - e il cui prezzo è nel frattempo anche 15 volte volte più basso. La lana merino di qualità vale oggi 20 € al kg e la fibra poliestere per filatura anche meno di 1 € al kg. La lana Italiana non deve però competere con le lane pregiate per abbigliamento,  per tipologia e caratteristiche fisico-meccaniche.

Occorre quindi indirizzare su un altro quadrante la questione. Se le pecore italiane sono le artefici di uno dei presidi alimentari più conosciuti al mondo e lo rimarranno a lungo, la  loro lana costituirà sempre un sottoprodotto dell’allevamento ovino. Dall’altro lato, se come è emerso dal seminario ci sono ricercatori e aziende che confidano, in base a test  certificati e sperimentazioni di successo, che questo tipo di lana è adatto per applicazioni non abbigliamento ma industriali - edilizia e complementi di arredo per esempio -  allora non si tratterà più di lane di “scarto” o a minor valore rispetto a quella nobile, ma di un materiale diverso, che ha un suo valore e che va tutelato, con un plus in più: quello della bassa incidenza sull’ecosistema. A maggior ragione in questi tempi di lock-down, con l’avvicinarsi della fase 2 per la riapertura graduale post Covid,  sappiano mettere a rischio proprio gli sforzi compiuti negli ultimi anni verso quei temi cari anche alle EU, come la filiera sostenibile.”  La ristrutturazione della filiera della lana industriale dovrebbe essere sostenuta a partire proprio da quella politica, sempre in cerca di soluzioni per rinnovare il ruolo della manifattura italiana nel Mondo. Invece: niente. Non un incentivo, non una norma, che certifichi  questa come  una nuova frontiera in grado di fornire nuova linfa all’economia e nuovi posti di lavoro. Bisogna sostenere, nutrire, anche la circolazione di idee e di informazioni genuine e concrete - dice Virginia Devoto, assistente di progetto per Brebey - solo coordinando industrialmente una filiera produttiva completa, integrata e condivisa, siamo in grado di garantire tutte le caratteristiche di ciò che sul mercato proponiamo per ottenerne la certificazione di qualità, sia a livello italiano che europeo.” Strategico per Brebey - sostiene la dot.sa Devoto -  il dialogo con il DICAAR di Cagliari necessario allo sviluppo di un prodotto dinamico e congruente che oggi vede presente l’azienda come Tutor per il bando nazionale per “Dottorati Innovativi con caratterizzazione industriale. In fase attuativa questo si amplierà alla collaborazione con 2 importanti Università internazionali.

Abbiamo ricevuto moltissimi feedback positivi dal seminario on line - ci conferma infine Susanna Albertini esperta di comunicazione e promotrice dell’European Bioeconomy Network - dove più volte è stata sottolineata l’importanza di far rete. Per questo abbiamo creato uno spazio di discussione sulla piattaforma di BIOVOICES che dia inizio a nuove interconnessioni e collaborazioni, per dare l’opportunità ai potenziali interessati di interagire e connettersi”.

Oggi è difficile trovare anche chi ci può produrre un feltro con la lana che abbiamo acquistato dagli ovinicoltori locali, lavata e immagazzinata per non svenderla ai commercianti  - ci confida Gloria Lucchesi musicista e presidente della cooperativa di comunità Filo&Fibra di San Casciano in Bagni, bellissima zona termale del Monte Amiata, nel sud-est della Toscana. Terra del pecorino di Pienza. E’ la conseguenza della mancanza di una rete industriale che coordini dalla raccolta alla lavorazione, allo sviluppo di prodotti di artigianato di qualità. Situazione oggi che agevola solo la speculazione e svalorizza un prodotto che è comunque parte della nostra tradizione. In molti chiedono di riscoprila, per noi invece si tratta invece di valorizzarla, anche pensando al grande mercato del turismo internazionale che prima o poi tornerà a percorrere le valli italiane.

E se proprio ci dovesse avanzare un po’ di lana italiana dai settori sopracitati, ci sarebbero da fare anche nuovi biopolimeri, nuovo fertilizzante naturale per i terreni agricoli di pregio, dedicati ossia, alla produzione di ortaggi ad alto valore nutrizionale, come quelli del progetto Ortobioattivo (riprendendo una tradizione perduta negli anni), ma anche nuovi componenti per rinforzare il cemento e perché no, nuovi e moderni tappeti, affascinanti componenti di arredo, in grado di ridurre la dispersione di calore dai pavimenti di casa.

Marco Benedetti
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